Intervista a Tiziano Mammana - Meccanico del Team Playbiker Iron Horse
Non capita tutti i giorni di avere l'opportunità di fare una bella chiacchierata con un meccanico di World Cup. Storditi dal successo dei rider immortalati sui tracciati gara mentre volano su doppi incommensurabili, abbagliati dai riflettori del circo mediatico che accompagna le gare internazionali, spesso dimentichiamo, o forse non conosciamo prorpio, il lavoro di chi sta dietro le quinte...gente senza il cui impegno un risultato vincente sarebbe irraggiungibile. Questo è il caso di Tiziano Mammana, meccanico del Team Playbiker IronHorse. Se questo Team, amministrato interamente da un gruppo italiano, è riuscito a conquistare il settimo posto assoluto nella classifica generale di World Cup, il merito è anche di persone con le mani sporche di grasso come Tiziano.

Come e quando è cominciata la tua passione per la mtb?
In un modo un poco strano direi. Estate ’97 mi trovai ad una fiera estiva organizzata a Roma al Foro Italico. C’era un piccolo percorso per mtb dove era possibile provare delle bici. Ricordo ancora che provai una Botecchia da xc con forcella da 4cm di travel. Fù subito colpo di fulmine. Ricordo ancora la pista, rudimentali elementi northshore con ponticelli che attraversavano gli stand e gobbe in terra sparse qua e là.. Ad un certo punto uno di quelli dell’organizzazione si avvicinò a me dicendomi: “…Aho!…ti dobbiamo sparare per fermarti??…”. Effettivamente la bici l’avevo quasi sequestrata. Il tipo che mi fermò era Fabio Gigli, titolare di ProBike, espertissimo meccanico dal quale in seguito imparai moltissimo. Da quel giorno in poi cominciai a vedere la bici in modo differente e ancora non ero conscio del fatto che quell’aggeggio d’acciao su due ruote avrebbe cambiato la mia vita.
E la passione per la meccanica?
Sin da piccolo sono stato quello che si definisce uno “smanettone”. A casa abbiamo sempre avuto moto e utensili di ogni tipo, come un’officina che si rispetti insomma. Guardavo mio padre e mio fratello lavorare sulle moto e così nacque piano piano la passione.
Inoltre sono sempre stato molto curioso e testardo, mi è sempre piaciuto risolvere le cose da me e mettere le mani dappertutto. Certo all’inizio ho fatto anche delle belle cazzate (le cavie erano naturalmente le mie bici e le mie moto), ma fa parte del gioco dell’apprendimento…capita a tutti no?
Però che soddisfazione riuscire a risolvere un problema e rimontare in sella con un mezzo reso efficiente dal tuo lavoro.
Comunque la vera fissa che ho sempre avuto è quella di fare le cose per conto mio e la voglia di conoscere come sono fatte.
Hai cominciato con le moto e sei finito sulle mtb allora…differenze?
Ormai le mtb hanno un livello di tecnologia pari a quello motociclistico, materiali e lavorazioni sono molto simili, soprattutto se consideriamo quelle sottoposte a grandissime sollecitazioni come le bici da downhill.
Le bici hanno ovviamente molte meno parti meccaniche di una moto e sono tendenzialmente meno complesse, tuttavia hanno bisogno di una cura di un’attenzione nella messa a punto superiori a quelle riservate ad una moto. Ogni rumore che non dovrebbe esserci, ogni piccolo attrito, sulla bici equivale a maggior sforzo fisico.
Mi è giunto all orecchio, che prima della Mountain bike facevi motocross, allora è da parecchio che ti diverti con mezzi a 2 ruote!
Esatto, già a sei anni cominciai a girare il polso destro con una vecchia Italjet 50 minicross cedutami da mio fratello. A undici anni iniziai con le minimoto, per poi tornare due ani dopo alle gomme tassellate dei cinquantini da enduro. Dopo la scuola passavo interi pomeriggi a costruire con amici dei veri e propri percorsi di regolarità, con tanto di fettucciamento. Ricordo ancora che realizzavamo doppi più adatti a 125 che a 50, il forcellone del mio KTM ne pagò le conseguenze. Verso i sedici anni cominciai con le cilindrate più grosse. Feci anche qualche gara. Ottenni un terzo posto ad una gara regionale in sella ad un Husaberg 400 preso in prestito.
Ma sei sempre stato autodidatta o hai avuto dei maestri?
Ma forse al 70% potrei definirmi autodidatta, ho dovuto spaccare parecchia della mia roba per imparare. Tuttavia ci sono due persone che mi hanno aiutato moltissimo ad imparare questo mestiere. La prima è Roberto Ghera, da sempre mio grande amico che stimo moltissimo, noto personaggio della scena romana di mountain bike, che ha messo in sella parecchi bikers, consumando quintali di saliva dando consigli tecnici e meccanici a tutti. Il secondo è Fabio Gigli, che ancora oggi continua a darmi consigli preziosissimi per il mio lavoro. Un giorno mi ha anche detto che secondo lui l’allievo ha superato il maestro, ma io non ci credo...forse scherzava, per me lui rimane ancora uno dei migliori meccanici di mtb che operano oggi in Italia, non per niente è meccanico della nazionale italiana Dh!
Anche tu sei stato scelto come meccanico della nazionale dh se non sbaglio.
Sì, lo scorso anno ho avuto il privilegio di lavorare a fianco di Fabio, grazie anche al CT della nazionale Antonio Silva che mi ha dato questa opportunità.
Che cosa non deve mancare ad un buon meccanico secondo te?
Un buon meccanico non è quello che riesce solo a montare il pezzo nuovo sulla bici, ma deve riuscire a farlo funzionare alla perfezione anche quando è in pessime condizioni. Quando qualcosa non và e non hai il pezzo di ricambio, e il tuo atleta deve gareggiare entro 30 minuti…è lì che viene fuori il vero talento di un meccanico secondo me. Serve tantissima pazienza, inventiva e la testardaggine a voler trovare la soluzione a tutto sempre, comunque ed a qualunque costo. Poi operare in un Paddock non è come stare in negozio. Lì sei essenzialmente su un prato, sotto una tenda e con pochi ricambi a disposizione rispetto a quello che di solito hai in negozio, con in più un cronometro che non ti da tregua, i tempi di una gara sono frenetici. In questi casi tiro fuori dalla mia fantastica cassettiera, “la cassetta delle meraviglie”, una specie di agglomerato di vecchi pezzi di ricambio, vitine, bulloni e quant’altro. Prima regola del meccanico: “non buttare mai via niente”. Quello che non ti serve oggi può servirti domani. In fine, cosa da non sottovalutare, un buon meccanico deve saper ascoltare i propri piloti, nel tentativo di cercare insieme un setting della bici che gli dia fiducia e sicurezza…com
e un vestito su misura insomma.
Quando per te il lavoro di meccanico è diventato una professione?
Nel 2002, quando cominciai come meccanico e venditore nel settore ciclo alla Decathlon. Lì mossi i miei primi passi al fianco di Roberto Ghera. Nel 2005 iniziai per qualche mese la mia esperienza con Fabio e Sandro di Pro-Bike, poi passai a lavorare con Luciano al Bike-Store, uno dei primi negozi freeride oriented della zona di Roma. Attualmente, finita la stagione di gare, mi rintano da Pro-Bike, dove ormai mi sento a casa, e passo il tempo facendo assistenza su qualsiasi tipo di bici esistente sulla terra.
Quando è cominciata l’avventura in coppa del mondo?
È cominciata l’anno scorso. Durante una telefonata con Romano Favonio (team Manager) venne fuori l’idea di poter seguire il team come primo meccanico. Io fui subito entusiasta e raccolsi immediatamente l’opportunità.
Quali sono state le tue prime impressioni in World Cup? Ti sei trovate improvvisamente a lavorare gomito a gomito con alcuni dei meccanici più quotati al mondo.
Ho subito pensato che avrei dovuto dare il massimo delle mie capacità ed allo stesso tempo cogliere tutti gli input e gli stimoli possibili per migliorarmi del mio lavoro.
Come si svolge il lavoro di un meccanico di un team di coppa del mondo?
Molto duro. Spesso lavoro sulle bici dei miei atleti fino a notte fonda. Li seguo durante le prove per mettere a punto la bici e per cercare di risolvere ogni piccolo problema. Poi la sera, dopo una giornata di duro lavoro per le bici, devo rimettere tutto a posto in modo che il giorno dopo il mezzo sia perfetto per le esigenze dei rider.
Infatti ora tutta la squadra è già a dormire, mentre tu sei ancora qui a lavorare alle bici.
In coppa è normale. Molto spesso nell’area paddocks si vedono meccanici al lavoro fino a mezzanotte. Fa parte di questa professione. Poi il lavoro non può essere lasciato a metà, altrimenti gli atleti non possono svolgere al meglio il loro compito....andare a tutta! Quindi qualsiasi cosa abbia la bici, sia un cavo del cambio lento o sia un carro aperto in due, fino a quando non è sistemata non si dorme.
Quanto conta il lavoro di un meccanico nel risultato finale di un atleta?
Moltissimo naturalmente. È ovvio che se sopra la bici non c’è un’atleta capace il risultato non arriverà mai. Ma allo stesso modo non si può fare un buon tempo se la pinzata dei freni non è ottimale, se una marcia saltella o se peggio hai delle rotture in gara, dove i mezzi sono stressati al massimo. Ogni particolare è importante, le gare si vincono per pochi centesimi, nulla và lasciato al caso.
Quanto è importante per un meccanico essere pure un rider?
Un meccanico è prima di tutto un rider. Un meccanico che non và in bici sa solo montare i pezzi, ma non ha la sensibilità di capire come và la bici e quindi non riesce a capire come poterla migliorare. Devi metterti il più possibile nei panni dei tuoi atleti per capire cosa succede quando corri s
u una pista da downhill.
Di solito ci sono due tipi di biker, quelli che salgono in sella e vanno a manetta, magari senza capirne granché di meccanica e settaggio, e quelli puntigliosissimi e fissati con il tuning. Tu con che tipo di rider preferisci lavorare?
Sinceramente riesco a collaborare meglio con quelli un poco fissati come me, ma semplicemente perché hanno le idee più chiare e sanno cosa vogliono. Lavorare con un rider che ha una buona sensibilità sul mezzo è molto meglio. Intanto perché riesce a trasmetterti con una discreta precisione quelli che secondo lui sono i problemi di setting e dove la bici andrebbe migliorata. Poi perché ti da molta più soddisfazione, perché quando il mezzo gira bene, capisce quanto lavoro ci hai perso dietro. Un rider che invece viene giù anche col cerchio storto, per fare un esempio, non è un rider stimolante per un meccanico, anche se ti fa lavorare di meno…Eh Eh Eh!
Come è andata la tua esperienza in Canada? Quest’anno due tappe, Mount Saint Anne e Bromont.
Complessivamente sono soddisfatto, anche se ci sono stati alti e bassi degli atleti per ciò che riguarda i risultati. Comunque è stata una grandissima esperienza, ho visto posti bellissimi ed una parte di mondo che sognavo da tempo di visitare. Di certo è stato pure un grandissimo impegno che è costato molta fatica a tutto il team. Fortunatamente ho potuto condividere il lavoro con Giulio Neri (secondo meccanico del team) e Simon, che aveva sempre la soluzione a tutto. Trasportare 10 bici in aereo fino in Canada e far spostare 13 persone divise su 3 per centinaia di km non è proprio facilissimo.
Quando si partecipa ai Boxxer Worlds si è ormai ufficialmente entrati a far parte del ristretto gruppo dei meccanici di World Cup. La gara è molto divertente, chi riesce a smontare e rimontare una Boxxer nel minor tempo, bevendo contemporaneamente enormi boccali di birra e alcolici vari vince. Quest’anno tu hai partecipato…come è andata?
È stato davvero divertente, anche se mi hanno fregato immediatamente. In primo luogo perché io non sono abituato a bere, quindi la birra l’ho sentita subito, e pure il bombardino! Poi ero andato lì credendo che la forcella bisognasse montarla bene, stando attenti ai particolari ed al funzionamento. Mi sbagliavo di grosso. Colpi di martello volavano da tutte le parti, steli presi a colpi di cacciavite per montare tutto in fretta. Non importava che funzionasse, ma solo che fosse chiusa. Non sarei mai salito su una di quelle forcelle montate in quel modo. Ma è giusto che sia così, in fondo è fatto solo per divertirsi. Adesso però so come funziona, per la prossima volta sarò più preparato.
Grazie per il tempo che ci hai dedicato Tiziano.
Grazie a voi per il lavoro che fate e per la visibilità che ci date, cosicché la gente possa avere un’idea più chiara di cosa significhi lavorare in World Cup.
Colgo l’occasione per ringraziare tutti i nostri sponsor, senza loro non saremmo mai riusciti a concludere questa stagione al settimo posto della classifica generale dei team. Grazie a : IRONHORSE BICYCLES, KENDA TYRES, PILA, INSIGHT PRODUCTIONS, POC, UFO, FORMULA, SRAM, ROCKSHOX, RMS, FIVE-TEN, THE, FUNN, E-13, A-CLASS, CHE CI HANNO SUPPORTATO.
Ancora un enorme grazie a Simon Cittati, Romano Favonio, Giulio Neri, e a tutti gli atleti del team Playbiker che tanto hanno dato sui tracciati gara di tutto il mondo..

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